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Sollenità del “Corpus
Domini”
25 maggio 2008

Padre Cantalamessa
Nella
seconda lettura san Paolo ci presenta l'Eucaristia come
mistero di comunione: “Il calice che benediciamo non è forse
comunione con il sangue di Cristo? E il pane che spezziamo non
è forse comunione con il corpo di Cristo?” Comunione significa
scambio, condivisione. Ora la regola fondamentale della
condivisione è questa: quello che è mio è tuo e quello che è
tuo è mio. Proviamo ad applicare questa regola alla comunione
eucaristica e ci renderemo conto della “enormità” della cosa.
Che
cosa ho io di propriamente “mio”? La miseria, il peccato:
questo solo è esclusivamente mio. E che cosa ha di “suo” Gesú
se non santità, perfezione di tutte le virtù? Allora la
comunione consiste nel fatto che io do a Gesú il mio peccato e
la mia povertà, e lui mi da la sua santità. Si realizza il
“meraviglioso scambio”, come lo definisce la liturgia.
Conosciamo diversi tipi di comunione. Una comunione assai
intima è quella tra noi e il cibo che mangiamo, perché questo
diventa carne della nostra carne e sangue del nostro sangue.
Ho sentito delle mamme dire alla loro creatura, mentre se la
stringevano al petto e la baciavano: “Ti voglio così bene che
ti mangerei!”.
È vero che il cibo non è una persona vivente e intelligente
con la quale possiamo scambiarci pensieri e affetti, ma
supponiamo, per un momento, che il cibo sia esso stesso
vivente e intelligente, non si avrebbe, in tal caso, la
perfetta comunione? Ma questo è precisamente ciò che avviene
nella comunione eucaristica. Gesù, nel brano evangelico, dice:
“Io sono il pane vivo disceso dal cielo…La mia carne è vero
cibo…Chi mangia la mia carne avrà la vita eterna”. Qui il cibo
non è una semplice cosa, ma è una persona vivente. Si ha la
più intima, anche se la più misteriosa, delle comunioni.
Guardiamo cosa avviene in natura, nell'ambito della
nutrizione. È il principio vitale più forte che assimila
quello meno forte. È il vegetale che assimila il minerale; è
l'animale che assimila il vegetale. Anche nei rapporti tra
l'uomo e Cristo si attua questa legge. È Cristo che assimila
noi a sé; noi ci trasformiamo in lui, non lui in noi. Un
famoso materialista ateo ha detto: “L'uomo è ciò che mangia”.
Senza saperlo ha dato un'ottima definizione dell'Eucaristia.
Grazie ad essa, l'uomo diventa davvero ciò che mangia, cioè
corpo di Cristo!
Ma leggiamo il seguito del testo iniziale di S. Paolo: “Poiché
c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo:
tutti infatti partecipiamo dell'unico pane”. È chiaro che in
questo secondo caso la parola “corpo” non indica più il corpo
di Cristo nato da Maria, ma indica “tutti noi”, indica quel
corpo di Cristo più grande che è la Chiesa. Questo vuol dire
che la comunione eucaristica è sempre anche comunione tra noi.
Mangiando tutti dell'unico cibo, noi formiamo un solo corpo.
Quale la conseguenza? Che non possiamo fare vera comunione con
Cristo, se siamo divisi tra noi, ci odiamo, non siamo pronti a
riconciliarci. Se tu hai offeso un tuo fratello, diceva S.
Agostino, se hai commesso un'ingiustizia contro di lui, e poi
vai a ricevere la comunione come niente fosse, magari pieno di
fervore nei confronti di Cristo, tu somigli a una persona che
vede venire verso di sé un amico che non vede da molto tempo.
Gli corre incontro, gli getta le braccia al collo e si alza in
punta di piedi per baciarlo sulla fronte…Ma, nel fare questo,
non si accorge che gli sta calpestando i piedi con scarpe
chiodate. I fratelli infatti, specie i più poveri e derelitti,
sono le membra di Cristo, sono i suoi piedi posati ancora
sulla terra. Nel darci l'ostia il sacerdote dice: “Il corpo di
Cristo”, e noi rispondiamo: “Amen!”. Adesso sappiamo a chi
diciamo “Amen”, cioè sì, ti accolgo: non solo a Gesù, il
Figlio di Dio, ma anche al prossimo.
Nella festa del Corpus Domini non posso nascondere una
tristezza. Ci sono delle forme di malattia mentale che
impediscono di riconoscere le persone che sono accanto.
Continuano a gridare per ore: “Dov'è mio figlio? Dove mia
moglie? Perché non si fa vivo?” e, magari, il figlio o la
moglie sono lì che gli stringono la mano e gli ripetono: “Sono
qui, non mi vedi? Sono con te!”. Succede così anche a Dio. Gli
uomini nostri contemporanei cercano Dio nel cosmo o
nell'atomo; discutono se ci fu o meno un creatore all'inizio
del mondo. Continuiamo a domandare: “Dov'è Dio?” e non ci
accorgiamo che è con noi e si è fatto cibo e bevanda per
essere ancora più intimamente unito a noi.
Giovanni Battista dovrebbe ripetere mestamente: “In mezzo a
voi c'è uno che voi non conoscete”. La festa del Corpus Domini
è nata proprio per aiutare i cristiani a prendere coscienza di
questa presenza di Cristo in mezzo a noi, per tenere desto
quello che Giovanni Paolo II chiamava “lo stupore
eucaristico”.
dal sito:
http://www.cantalamessa.org/it/omelieView.php?id=324
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