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SUI
MATRIMONI MISTI
Lo scontro di civiltà con la
fede al dito
di Massimo
Introvigne
La Chiesa cattolica italiana ha ormai una vasta esperienza
di matrimoni misti fra cattolici e musulmani. Ha condotto
diverse indagini interne, e dispone di enti come il Centro
Federico Peirone a Torino che da anni sono vicini alle
coppie miste. La disponibilità all'aiuto in tutti i casi
concreti non significa che la Chiesa non segnali con
realismo i rischi. Del resto, su questo punto la posizione
dei vescovi italiani non è lontana da quella di un
combattivo apologista dell'islam come Tariq Ramadan, il
quale usa parole piuttosto severe nei confronti di quei
musulmani che sposano un coniuge cristiano con una buona
dose di superficialità, andando incontro nella maggior
parte dei casi a un inevitabile fallimento. Il problema è
anzitutto teologico. La nozione del matrimonio non è la
stessa nel cristianesimo e nell'islam. Il diritto islamico
- sia pure con precisazioni e limitazioni - ammette la
poligamia, e permette al marito di ripudiare la moglie
semplicemente dichiarandolo, mentre la donna per
divorziare deve passare attraverso un tribunale. Una
musulmana non può sposare un uomo di un'altra religione;
un musulmano può sposare una cristiana o un'ebrea ma dev'essere
chiaramente stipulato che i figli saranno educati nella
religione islamica. Per l'islam il matrimonio è un
contratto rigorosamente normato dal Corano e dal diritto
islamico, e l'idea che un musulmano sia coinvolto in un
legame matrimoniale meramente «naturale», non regolato
dalla sua religione, non ha senso. Quando questa mentalità
entra in contatto con il diritto occidentale iniziano i
problemi. Per cominciare, in Italia una donna ha diritto
di sposare chi vuole, prescindendo dalla religione. Ma una
donna musulmana che non sia cittadina italiana in pratica
avrà molte difficoltà a sposare un non musulmano. Il suo
consolato, nella maggior parte dei casi, le negherà il
nulla osta matrimoniale. Se il fidanzato italiano non ha
una forte identità cristiana si presenterà al consolato
per una «falsa» conversione all'islam. In mancanza di
conversione dello sposo più o meno fasulla, ci sono oggi
sentenze dei nostri tribunali che permettono a donne
musulmane straniere di sposarsi in Italia anche senza il
nulla osta del Paese di origine. Ma per il loro Paese
questo matrimonio è illecito, e se tornano in patria le
conseguenze possono essere molto serie. In realtà in
Italia sono più spesso donne cristiane a sposare immigrati
musulmani. Non mancano casi di poligamia, i più gravi,
perché il matrimonio poligamo per la legge italiana non
esiste e la seconda (o terza, o quarta) moglie potrà
essere ripudiata senza godere di alcuna tutela giuridica.
La Chiesa sa però che anche i matrimoni misti monogamici
spesso falliscono. L'uomo musulmano ha difficoltà a
rinunciare all'idea del ripudio facile, evidentemente
incompatibile con la nozione cattolica di matrimonio, e
certamente non accetta che nel percorso educativo ai figli
sia proposto il cristianesimo. Ha ragione - per una volta
- Tariq Ramadan: il romanticismo non è un sostituto per la
prudenza, e i richiami all'amore non bastano a superare
una differenza culturale che si rivela nella maggior parte
dei casi insormontabile.
Da il Giornale del 2 settembre
2008
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